La crescita dell’incidenza della tecnologia sulla vita e sulle relazioni umane è oggi un fenomeno talmente palese e pervasivo da rischiare di essere scontato. Gli effetti tuttavia appaiono dirompenti e imprevedibili, al punto che è possibile affermare che, più che «un’epoca di cambiamenti», si stia vivendo «un cambiamento di epoca» (proverbiale, Papa Franscesco). 

Tale percezione se da una parte viene vissuta come una corsa affannosa verso limiti sempre più differiti di funzionalità ed efficienza, dall’altra innesca interrogativi sui possibili cambiamenti che questi processi comportano e comporteranno sulla vita e forse natura umana, stimolando la ricerca di nuove risposte a vecchie e nuove domande. La tecnologia contemporanea pone infatti in termini inediti la questione del rapporto di interazione tra l’umano e il non umano, mettendo in gioco possibilità di azione e entità d’impatto sul reale per molti versi inaudite. Come scriveva Romano Guardini, uno dei grandi pensatori del secolo scorso a interrogarsi su questi temi: 

Il mondo della tecnica e le sue forze scatenate non potranno essere dominati che da un nuovo atteggiamento che ad esse si adatti e sia loro proporzionato. L’uomo è chiamato a fornire una nuova base di intelligenza e di libertà che siano, però, affini al fatto nuovo, secondo il loro carattere, il loro stile e tutto il loro orientamento interiore. 

[La fine dell’epoca moderna, Morcelliana, Brescia 1993, p. 10]

Da qui la necessità, invocata da più parti, di arrivare alla definizione di una nuova antropologia che possa aiutarci a leggere più efficacemente il tempo presente, alla quale spesso ci si riferisce con la locuzione «umanesimo tecnologico».

Tale definizione, di indubbio successo, presenta tuttavia problemi di non facile soluzione che riguardano innanzitutto la natura del sostantivo. Già Jacques Maritain, tra i primi intellettuali a porsi la questione di ridefinire in modo organico il concetto di «umanesimo», si è trovato costretto a constatare la vastità dell’utilizzo e l’ambiguità del termine, la cui natura non può che costituirsi a partire da una precisa «concezione che si ha dell’uomo».

A questo punto, dando seguito alla suggestione di Guardini, pare necessario ripercorrere i fondamenti dell’umano per non transigere alle sue peculiari istanze e potenzialità di responsabilità, intenzionalità, libertà, evidenziandone le tracce nella pervasività del paradigma tecnocratico.

IO01 nasce dal desiderio di sviluppare in questa direzione linee di ricerca interdisciplinari alimentando una continua interazione tra pensiero e prassi, Accademia e Impresa, arte e storia, filosofia e scienza, teoresi e techné, con l’obiettivo di riflettere criticamente sulla natura di un umanesimo capace di essere e di stare di fronte al dono, senza ridursi a dato.

Direttori: proff. Cristina Casaschi, Massimo Tantardini

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